mercoledì 21 maggio 2014

Prologo

I

                         Giallo...

                                                                   ...Campi

    Campi gialli...

                                                                           ...Grano

                        Ovunque...

A piedi scalzi correva Jack per i verdi prati con tutta la forza che aveva.
Il sole caldo e potente inondava i campi di grano, qualche nuvola qua e la dava alle piccole spighe colori diversi come a voler sfumare uno splendido quadro nei suoi ultimi ritocchi.

Le colline tutto intorno ondeggiavano dolcemente, come le onde di un grande mare, in silenzio e sempre allo stesso ritmo, campi di grano tutto intorno, la pace dei sensi che arriva dal giallo profumo.

Alberi vecchi e saggi regalavano un po' di ombra a qualche contadino stanco e, a volte, rinunciavano a qualche loro frutto per rincuorarli della dura giornata di lavoro.

Stormi di uccellini si libravano in volo al suono dei canti religiosi, le donne lavavano i panni al fiume con dedizione e umiltà. Laggiù a fondo valle qualcuno abbatteva un grande albero.

La festa del villaggio era ormai giunta agli ultimi preparativi.

Presto il vespro avrebbe risuonato e la valle sarebbe stata colma di canti, risa e balli, gente accorsa da ogni dove, carne alla griglia e vino d'annata.

E nelle botti sarebbero presto giunte le risate allegre dei ragazzi ai tavoli, i bambini schiamazzanti che si rincorrono con i loro vestiti della Domenica. 
Vicino alla brace una voce, roca e profonda, avrebbe raccontato di quando il suo battaglione era spacciato dietro le linee nemiche, di fronte a uomini in collera e bambini sognanti.
Come tutti gli anni i vecchi sarebbero stati tutti li intorno, chi col sigaro, chi con la pipa, tra un bicchiere di vino e un cenno con la testa, a rimembrare anni passati, quando le gambe non erano mai stanche e la testa non ciondolava per la malinconia.
Il vecchio Tobia, padre del padre di Jack, sarebbe stato certamente lì, con il suo bastone e i suoi lunghi baffi grigi, il suo vestito più elegante e l'orologio a cipolla nel taschino, la stessa espressione di quando ascoltava i suoni degli spari in trincea, lo sguardo perso nel vuoto dei suoi ricordi.

E poi ci sarebbe stata lei, Lily.

Sarebbe stata forse li tra le altre ragazze del paese, li a danzare e scherzare allegramente, a regalare un ballo a qualche compaesano 
in gilet. Lei, bellissima e pura, sarebbe stata li ad aspettare Jack, ad aspettare la sua mano, ad aspettare un cenno per sparire dalla folla, a correre con lui per i prati imbruniti fino al limitare del bosco, al lume di quella eterea candela lunare, e attendere i suoi baci, le sue carezze, nei suoi occhi verdi si sarebbe persa...

...e il suo amore l'avrebbe guardata ancora una volta, poi si sarebbe inchinato, e con un anello tra le mani le avrebbe chiesto di diventare sua moglie, per sempre, una vita in quella casa che lui stava già costruendo in segreto...

...avvolgersi per sempre tra braccia e lenzuola, imparare ad accarezzare con i baci e sentire con questo velo d'amore che ora sembra un incendio inarrestabile...

...campi di grano...
                                             ...campi gialli...
                                                                                 ...campi...



II



Jack ritornò in sé e cadde un'altra volta...questa volta si rialzò a fatica.
Il fango ghiacciato aveva impregnato la sua divisa, non sentiva più le dita da un pezzo ormai.
Con un gesto quasi automatico strofinò via i pezzi di ghiaccio dalla barba incolta, si riaggiustò l'elmetto, cercando di restare al passo con gli altri, un colpo di tosse, e tutto è come prima.

Qui si marcia. 

Già...verso dove? nessuno lo sa più ormai.
Si voltò per un secondo, cercando di riconoscere un volto familiare tra gli altri soldati persi nella fitta bufera...
Ma nessuno sembrò accorgersi del suo gesto.
Morti che camminano...
Ogni volto gli sembrava uguale agli altri, a tutti gli altri che aveva visto il giorno prima, e quello prima ancora.
Volti uguali a quelli che aveva visto cadere squarciati accanto a lui, occhi sgranati nell'ultima smorfia di dolore immenso.

Aveva un amico al fronte, amico d'infanzia...ne avevano combinate di belle insieme giù per le vie del Paese, a rubare frutta ai contadini, a ubriacarsi alle feste, a prendere in giro tutto e tutti..nei campi di grano dorato nel sole d'estate, all'ombra dei ciliegi in fiore, ammirando le nuvole spostarsi e cambiare forma...
...Jack smise di credere in un Dio il giorno che ordinarono al suo amico si andare a sabotare le reti delle trincee nemiche...
...fu l'ultima volta che sentì una lacrima scorrere lungo il suo volto, mentre lo vedeva accasciarsi sul filo spinato, sotto i colpi delle mitragliatrici nemiche, mentre con un mezzo sorriso si lasciava andare sulla rete chiodata, spegnendosi per sempre...come avrebbe voluto poter sorridere come lui, qua, ora che non c'è più niente in cui sperare...

"...mi chiedo se ci credevi, caro amico mio, quando ti dissero perchè si andava in guerra, mi chiedo se speravi davvero che questa guerra sarebbe servita a qualcosa..."

...la in cima alla collina innevata, tra la bufera, Jack sente delle urla, un ordine probabilmente.

"forse ci fermeremo per qualche ora..."

Il freddo penetra ogni cosa qui, penetra l'anima, non c'è via di scampo, finisce per congelarti il pensiero, i sensi, non resta che arrendersi...a pensare si sta solo peggio...a volte Jack si chiede come riesca ancora a ricordare...qua intorno vede solo facce svuotate di ogni cosa, facce inesorabili e gelide, che avanzano verso una meta inesistente...forse lo sanno anche loro, lo sanno meglio di lui che di loro non resterà niente, non resterà nemmeno un corpo da seppellire, li in mezzo nessuno ha più un nome , nessuno ha più un orgoglio, ognuno di loro è solo un numero.
Uno in più...uno in meno... è sempre un esercito, e continuano soli come una massa di vacche al pascolo..
...si voltò e un fiocco di neve gli colpì il viso costringendolo a chiudere gli 
occhi all'improvviso...

"...e in un lampo ti rividi amore mio...estate, campi in fiore, margherite che ondeggiano sotto la brezza tiepida del mattino, la tua veste fiorata, nascosta da un sorriso ingenuo, i tuoi capelli così profumati,un fiore tra di essi, i tuoi occhi così profondi...un abbraccio e ti stringo a me...ti prego amore tendimi la tua mano..."

Jack riaprì i suoi occhi e mangiò un po' di ghiaccio tossendo per lo stupore, la mente si risvegliò come da un sogno, la tormenta arrivò per destare ciò che restava di lui, ciò che restava di un uomo, ciò che restava del suo corpo esausto.

Dovevano sposarsi proprio in quei giorni...volevano organizzare la più bella festa del mondo, con risa, canti e danze...e iniziare una vita fantastica insieme...la loro casa sarebbe stata lassù, sulla più bella collina del paese, avevano raccimolato un pò di soldi, Jack sudando sotto il sole, coltivando nei campi, Lily insegnando ai bambini della scuola elementare...volevano coronare quel sogno, avrebbero lavorato insieme per mantenersi, seminando le loro terre, crescendo i loro bambini...e Jack lo voleva più di ogni altra cosa al mondo...
...voleva svegliarsi la mattina per vedere accanto a lui un angelo riposare avvolto nelle sue ali, un piccolo miracolo che si avvera al sopraggiungere dell'alba...
...respirare i campi di grano...

Ad un tratto i campi svanirono, la neve e il freddo ricomparvero agli occhi di Jack, ed egli si accorse che qualcosa non andava...uno strano silenzio era calato nei dintorni, persino la bufera sembrava calata improvvisamente, c'era un clima di attesa irreale...
...pochi secondi dopo, scoppiò l'inferno.

Paul

(Continua tra i commenti)

29 commenti:

  1. Il flusso di coscienza di un cantastorie? Voce narrante di troppe parole, altro non è che lo scorrere del vento sui ciliegi in fiore. Questi cascano, in primavera, e sfiorano il terreno, flebili, sottili, delicati. Una nuova svolta, un nuovo Inizio. Perchè quando la neve si scioglie diventa Primavera.
    Si agitano le onde del mare, in lontananza. La Primavera non rende le onde più docili, e neanche il cielo meno grigio. Come la vecchia carrellata di un'antica videocamera ci si avvicina al fulcro, alla luce di quella spiaggia deserta. Solo sabbia, tanta sabbia.
    In che epoca siamo, in che Isola siamo? In quale Regno, se questi esistono ancora.
    Mai risveglio fu così traumatico. Le palpebre non hanno intenzione di sollevarsi, incollate l'un l'altra. Gli occhi smeraldini non vogliono brillare alla luce di quel sole fioco. L'odore di quei ciliegi è vivido nelle di lei narici, brucia tant'è forte, tant'è suo. Si mischia col sangue delle ferite, quel sangue che per anni ha bramato. Un'ipersensibilità eretica al liquido venereo.

    Non riesco a svegliarmi. Eppure sono qui, abbandonata su questa spiaggia. Non sono nata da una conchiglia e non sono l’unica a pensare che il titolo si metta alla fine di una storia. Potrebbe essere questa, la mia fine? Ma sono ancora viva. Sono viva, la mia pelle candida ancora respira la salsedine di questo mare. Perchè è mare ciò che mi bagna. Lucas è scomparso? Dov'è finita la sua nave? Forse siamo stati catturati. Forse sono morta? Questo rumore è la natura. Musica informe che scorre come sangue, quanto ho amato il sangue. Una lama gemente all’interno del cuore: ti spezza, ti demolisce, ti distrugge. Ti uccide. Sono gli echi dei canti, la dispersione di una totalità non palpabile. Ed è questo discorso che riporta alla capacità di apprendere, per mezzo dell’esperienza sensibile. Appare così l’importanza delle percezioni, l’importanza dei sensi. La razionalità. Cosa esiste realmente? Quello che vedo è corporeo, quindi reale? Ma io non vedo niente...
    Eppure per nascondere la luna basta concentrarsi sul dito che la indica. Basta un pollice per nasconderla, per non vederla più, per non essere assuefatti da quel tenue calore che spezza il gelo della notte. L’assuefazione. Una branca di memoria non associativa, l’abitudine all’avere oggetti addosso, così di frequente, da dimenticarci completamente della loro presenza... per questo sono nuda. Da quanto tempo, sono nuda? Salvatemi.

    Inizia così, il risveglio. I capelli si muovono come l’archetto di un violino a strider sulle corde, le palpebre si sollevano come il sospiro di uno strumento a fiato, le labbra sono umide come un concerto tra la pioggia. Ella s'accorge solo ora che il mare è davvero bagnato. Che può infrangere la solitudine o rovinare il suo quadro.

    Ma se ella dipinge su una tela, egli dipinge sul silenzio.

    Ingannato, frustrato, abbandonato. Non disperso ma solo, in una cittadina di campagna. Solo il vuoto dell'anima. Non ha più nulla da trovare, non ha più nulla da perdere. Le fredde stagioni si trascinano in questo mondo, si accalcano negli angoli bruni della mente, avvolte in un fato che non può più cambiare. Oramai ha accolto per sempre l’epilogo dell’Inverno.

    J.

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  2. "L'esplosione dev'essere stata terribile"

    La polizia era già da ore sulla scena del crimine, ma Jacob si permetteva di irrompere sempre all'ultimo momento.
    I pezzi grossi, si sa, fanno quello che vogliono.

    "Capo attento, stai per calpestare qualcosa. Si quella li sulla destra. No, non ho ancora avuto tempo di raccogliere prove. Vado vado"

    Era una splendida mattinata estiva, Il sole già proiettava caldi e morbidi raggi lungo il vialetto di terra battuta. Tutto l'isolato sembrava deserto, eppure ogni tanto qualche tenda si scostava leggermente dalle case tutto intorno e qualche sguardo impaurito faceva capolino. Nessuno voleva guai da quelle parti. Era tutta gente rispettabile. Avvocati, banchieri, ufficiali. Gente per bene insomma.
    Era una splendida mattinata estiva, ma di uccellini non ce n'era nemmeno l'ombra.

    "Tom, non ti voglio vedere con le mani in mano. Vuoi tornare a pulire i cessi in ufficio?!"

    Jacob sapeva sempre come riconquistarsi la sedia d'onore.
    L'esplosione era stata avvertita da almeno cinque isolati di distanza, un boato nella notte d'agosto. Immediate le telefonate ai pompieri dei vicini, ma era troppo tardi.

    "I nostri scienziati sono al lavoro, sembra che la detonazione sia partita dal piano terra. No, niente di quello che sta pensando, l'ipotesi più probabile è un suicidio. Niente di più semplice di un pò di Gas e un fiammifero".

    Camminando in mezzo ai calcinacci, tra pezzi di stoffa incenerita e schegge di vetro, Jacob improvvisamente si fermò. Il suo sguardo si era posato su una piccola montagna di macerie, poco più avanti dell'ultimo gruppo di poliziotti. Lassù qualcosa luccicava, a qualche metro sopra la loro testa. Aveva tutta l'aria di essere un ritratto.

    Le macerie erano ovunque.
    In quel gessato si stava incredibilmente scomodi, e non fu certo facile raggiungere il misterioso oggetto per Jacob, impacciato com'era tra quelle righe grigie e nere.

    "Chi viveva in questa casa Tom?"

    "Da quel che ci è stato appena riferito, questa casa era disabitata da anni, ma alcuni riferiscono di un ragazzo che passava di qua ogni tanto, si vedeva passare di qua solo prima dell'alba. Si pensa possa essere il nipote della proprietaria di questa casa, una certa Teresa. Capo mi sta ascoltando? ...Capo?"

    Jacob stava osservando preoccupato il portafoto tra le sue mani.
    "Tom, al centralino, di corsa, dobbiamo chiamare una persona."

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  3. I passi sembravano non finire più.
    Evelyn correva disperata, le lacrime bagnavano tutta la strada, non vedeva più niente ormai da un pezzo.
    "come ha potuto farlo? Come ha potuto"
    La gonna color porpora sembrava volare sul marciapiede, poi rimanere a mezz'aria, poi di nuovo proseguiva tra la gente non curante.
    "Tutto questo non ha senso. Non ha alcun senso. Matt perchè l'hai fatto?"

    La gente si fermava titubante e osservava spaesata questa ragazza, così graziosa, che correva nella strada di prima mattina, con la giacchetta di velluto abbottonata

    male, la borsetta di cuoio tra le mani tremanti.

    Evelyn era una ragazza per bene. Mai fatto niente di strano o avuto a che fare con gente dei bassi fondi.
    Eppure Matt...era piombato nella sua vita e di li non se n'era più andato.
    Tutto era cominicato per caso.

    Un giorno il maestro di pianoforte del mercoledì smise di presentarsi.
    Una brutta polmonite dicevano.
    Dopo alcune settimane il padre, in tutta la sua rispettosità di Generale di corpo d'armata, decise così di reperire qualcun'altro presso il prestigioso conservatorio

    di Vienna.
    Tutti gli avevano sconsigliato quel ragazzo. "Non ne caverà niente di buono Signor Generale, lasci perdere quella testa calda" continuavano a ripetere tutti alla

    scuola di musica.
    "Esce fuori dagli schemi. Non è di certo una persona riguardevole signore."
    "Lasci perdere, ci sono molte persone altrettanto brave."
    Eppure suo padre voleva il meglio per lei. E il meglio sembrava essere quel ragazzo così fuori dagli schemi. L'unico ad aver fatto commuovere la regina in persona.

    "Si fermi!! Si fermi!! Per dove è diretto? Oh Grazie A Dio, proprio dove devo andare io, la prego mi faccia salire!!"
    Evelyn saliva trafelata sull'autobus e tra pochi isolati si sarebbe ritrovata sul posto dove non avrebbe mai e poi mai voluto essere, ma che nonostante tutto non

    poteva evitare per nulla al mondo.

    La tristezza di Evelyn era così vera...eppure fino a pochi mesi prima era tutto così diverso.

    La sala era buia, notte fonda. I grilli, teneri amanti d'estate, urlavano di gioia nei campi di grano, espandendo nell'aere note d'amore.

    Così si conobbero.

    Avrebbero dovuto conoscersi il mattino seguente, ma Evelyn non poteva resistere a quella melodia così malinconica che arrivava dalle sale dei piani alti. Così,

    all'improvviso, il desiderio fu più forte della paura, ed in vestaglia ella corse, col rischio di essere scoperta, e sgattaiolò furtiva e silenziosa su per le

    gradinate.

    Quando arrivò, il suo cuore si fermò.
    Un ragazzo dall'aria cupa e misteriosa stava suonando a lume di candela, ad occhi chiusi, una melodia mai sentita prima.
    Le note sembravano scorrere lente, e ancora tornavano a cercare l'anima di chi ascoltava, sole come un amante sulla tomba dell'amata, intense come l'ultimo sguardo

    complice al sopraggiungere dell'aurora dai campi.

    ed Evelyn non riusciva a trattenere le lacrime, tanto quella musica era intima, segreta, pulita. Essa scorreva come le onde del mare, come le volute di fumo del camino

    al sopraggiungere del tramonto nelle sere d'inverno.

    Egli teneva la testa appoggiata al pianoforte, l'orecchio teso ad ascoltare ogni singola vibrazione di quell'armonia divina, teso a non disperdene nemmeno una nota,

    non gia un pianista che esegue una dolce melodia ma un pianoforte spanso nelle intense note di condensa, come tanti, dolci baci, per cui non c'è mai una fine, e

    l'ultimo diventa il primo, e il primo diventa ultimo, e le parole diventano morbide, e le labbra si trasformano in un sogno languido.

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  6. Non si tratta di una storia d'amore. Cos'è una storia d'amore, poi? Il racconto di una gabbia che non dovrebbe avere catene?
    Due sentimenti così diversi, distinti, che si scontrano generando aria e fuoco, generando l'esplosione di un racconto di vita e morte, e amore e odio.
    Lui il Vulcano e lei il Tornado. Si incrociano, si incontrano e si scontrano, dando vita alla più grande apocalisse, la Nuova Era.

    L'omicidio di se stessi. La fine di tutti i progressi, la morte dell'evoluzione.
    "Sanguinerò per tutta la vita, Camilla". Una voce di silenzio che affretta il sentiero per i torrenti dello sconforto che scorrono stretti e in numero limitato. Ruscelli brevi balbettano i suoni della tortuna in quella cittadina in mezzo all'unico boschetto secco in un'Isola di sabbia.
    "Un giorno ti troverò", l'arte della rovina. Paura, dolore. Odio, potere.

    "Sei proprio sicuro, ragazzo? Non mi sembri il tipo da Marina Militare> sogghigna. Ma chi? Un uomo sulla cinquantina, dalla divisa bianca. Sembra una classica giacca ed un classico pantalone da marinaio, ma è qualcosa di diverso. Almeno, così si intuisce dalle numerose spille appese a casaccio sulla divisa stessa. Capelli lunghi e bianchi; dei folti baffi arricciati sulle punte a solleticargli le narici. Un volto simpatico, questo è ciò che sembra agli occhi di Baldo.
    "Come hai detto di chiamarti? Baldo?". Un nome, non un vulcano. Le risate di quel nome l'hanno tormentato per tutta la vita.
    Non risponde, davanti alla passerella di quella nave. Salire o tornare alla vita di prima. Solleva il capo: il cielo è blu, non azzurro. E' talmente blu da confondersi con il mare, da non riuscire a riconoscere quella flebile striscia pronta a dividerli. Dividere il cielo dal mare, dividere se stesso da Camilla, dividere il proprio cuore, la propria anima, sciogliere il Tornado da un Vulcano.
    Annuisce con il capo, dopo diversi secondi, all'uomo che ha il compito di assoldarlo. Non proferisce parola, neanche con il labiale. L'anfibio nero appoggia rumorosamente la suola su quel legno pregiato, un'imbarcazione lussuosa, almeno pare.
    In quell'esatto secondo tutta la sua vita gli è passata davanti, scorrendo celere, prima di appoggiar il secondo stivale.

    "Prima di te, tutto questo non c'era. Con loro... nah, ci sono delle regole. Lo sai, che ci sono delle regole. Prima o poi devo ritornare, risolvere, lo capisci? la voce flebile, fioca, impalpabile. Un sogno vero e proprio?
    "Lo capisco" secca, fredda come il ghiaccio, come l'impassibilità, come l'apatia. Fredda come la notte, come il tornado libero di passare e distruggere e poi sparire.
    "Per ora voglio stare qui, in questa vecchia chiesa, il nostro rifugio ormai. Scusa, se dico tante parole, tu non ne dici mai nessuna" una leggera sensazione di imbarazzo, in quell'apparizione.
    Non riesce a sorridere, ma in un certo senso lei ci prova. "Lo capisco, Baldo".
    "Il mio nome non è mai stato pronunciato così".
    Avrebbe voluto chiedere "così come?", forse. Ma non l'ha fatto, e non sapremo mai se aveva anche solo pensato di domandarlo.

    "Maki, siamo con te" sempre lui, sempre quella voce.
    "Non ti tradiremo" fredda, secca, il tornado risponde.
    Una terza figura compare, vacua, annuisce.
    Guerra. Solo guerra. Padre nostro, sarà fatta la tua volontà. Neghiamo questa vita, questo valore, ne saremo le vittime?
    "NO!".
    Una malanno? Sta peggiorando?
    "MUORI!". Dall'altra parte echi e suoni di battaglia, che cosa sta succedendo ancora. Tutto questo ci mostra quanto fa male marcire all'intero. Questa veglia continua fino al giorno del fuoco.
    "Morirò?"

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  7. "Chiedimi perchè odio? Perchè ho pregato di vedere distrutta questa Isola? Un'isola dove c'è solo pioggia, l'isola del fango, l'isola dell'autunno. Perchè volentieri avrei dato la mia vita per te, e neanche ti conoscevo. E poi mi hai fatto la proposta di partire. Siamo sopravvissuti, e siamo partiti, come due sconosciuti. Siamo partiti per una nuova terra, a cacciare chi voleva cacciarci. La rivoluzione degenera, in onore della lotta, di coloro che sono morti. Nelle generazioni precedenti, per la tua gloria macchiata di sangue... e per la mia? Ti rifiuto, ti respingo, ti sfido a continuare, colpisci e tutto sarà disperso. Erano parole tue, o sono le mie adesso? Hai lasciato che mi catturassero, perchè non mi hai salvato?"

    "PAM".
    Il secondo piede ha fatto definitivamente il suo ingresso sulla passerella della nave. Ha fatto la sua scelta, andare avanti rinunciando al passato? O forse la vendetta lo chiama, la ricerca, la rabbia? L'amore e l'odio, così sottili da assomigliarsi e confondersi. Ma come fa un vulcano ad odiare un tornado. Ne ha bisogno. Il Vulcano necessita di quella freddura, di quel ghiaccio. Il Vulcano è fisso, sedentario, il tornando è la vera e propria libertà.
    "Sono pronto a partire". Nessuna risposta. Forse perchè l'uomo con i baffi di cui non ricorda il nome non è interessato a rispondergli, forse perchè così vengono trattati i soldati in prova. Come dei mozzi, o poco meglio. Un brigante con un codice da samurai, venduto al nemico, alle forze che lo catturarono, per cosa? Quale misterio, quale follia, quale amore...

    E così lascio che parli il fuoco, lascio che parli la lava. I demoni hanno imbavagliato una generazione di sciocchi, legati all'avidità. Alzarsi e radere tutto al suolo, perdere il controllo e rendersi conto che i semi che ha gettato li ha gettati con qualcun altro. La guerra nascerà ancora? Forse questa è la danza di coloro che bruciano, la danza di ciò che fomenta il fuoco, di ciò che rende vivo il Vulcano. La rabbia fuori controllo, la concetrazione di quel poco spazio. Vuole strapparsi le viscere con le mani solo per essere da solo. La vuotezza rotola attraverso la sfera della mente, bandita dalla chiarezza di quella visione: un sogno di solitudine irrealizzato che ha tratto origine dalla sofferenza. Non sente nient'altro... manca lo spazio, ma non manca la violenza.
    "Manca il Tornado".

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  8. Il giallo acceso quasi accecante, insieme al dolce profumo intenso del grano, che sapeva di miele..di ricordi e di terre lontane....

    Jack si svegliò di soprassalto colto da un fragoroso rumore, rumore di guerre assurde, di ingiustizia, di chi non ce la fa più a guardare con i propri occhi con la propria anima tutta quella sofferenza misto a grida, a colpi di fucile a bombardamenti che fanno tremare le sue gambe...
    tutti i suoi sogni sembravano evaporare via veloci come i colpi che risuonavano dentro al suo cuore..
    Doveva provare a camminare veloce, per quanto il ghiaccio e fango potevano permettergli questo...
    Più camminava nascondendosi dagli spari, più vedeva scenari sfocati di urla, di donne che abbracciavano un pezzo della loro vita prima di cadere inermi al suolo, di bambini urlanti e disperati spesso venduti da soldati senza scrupoli..di uomini fatti prigionieri e barbaramente uccisi..a volte anche sotto i suoi occhi..
    Non erano rimaste più lacrime nei suoi occhi, semichiusi dal ghiaccio, evaporate dal sole dei ricordi, o sotto lo sguardo di qualche vita spezzata troppo velocemente...
    Non c’è fine alla guerra
    come non c’era risposta a tutto questo dolore...a tutto questo sapore di amaro.

    Jack aveva sognato e amato più di ogni altra cosa Lily, lei che appariva nei suoi sogni, nei suoi pensieri, forte come il rumore di un ricordo per dargli la forza per andare avanti, per non mollare mai.
    Jack sognava spesso un mondo migliore, sognava spesso la fine di ogni guerra, voleva un mondo giusto, a misura di tutti, dove più culture potevano abbracciarsi insieme, liberamente e senza divisione per etnie o religioni...
    Forse per questo suo modo di disobbedire ai più potenti, dal regime su fatto schiavo,
    fu strappato dal suo mondo dalla sua bella Lily e fatto prigioniero del suo stesso peggior incubo abbracciando un fucile e mandato in terre lontane lungo un fronte che richiamava solo odio e sangue..

    Non sa nemmeno il perché in un giorno soleggiato,
    un giorno come tanti altri,
    ad un certo punto nelle sue d’orate campagne venne fatto prigioniero da loschi individui in divisa che lo rapirono portandolo nelle terre animate da guerre di potere e morte, in quelle terre dove lui si batteva giorno dopo giorno per un mondo più giusto e libero...

    E cosi che ebbe inizio la sua triste avventura di militare, perché la punizione per chi disertava era questa, in una democrazia che non esisteva più, la dura realtà era questa, di combattere senza un perché...

    A volte pensava a quando sarebbe finito tutto questo e se sarebbe riuscito a riabbracciare quello che da un anno a questa parte non vedeva più...

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  10. “Lo senti questo suono leggero?” Sol, stava sdraiata supina. Le lenzuola avevano lo stesso profumo da mesi. Ogni tre giorni, all’alba, una donna sulla cinquantina passava a cambiargliele, e mai arrivò con un colore diverso dal bianco.
    “Si Sol, lo sento.” Daphne le sedeva accanto. La sua sedia, cigolante da giorni, aveva oramai preso la forma del suo corpo snello e all’apparenza delicato.
    “Come fai a sentirlo da così lontano? Avvicinati.”
    Daphne cercò la mano di Sol tra le lenzuola, poi la strinse con delicatezza per non farle male.
    “Lo sento dentro di me, Sol. Lo sento come se fosse mio. Lo sento perché, forse, un poco mio lo è sempre stato.” Con fatica cercava di trattenere le lacrime, ma sembrava impossibile di fronte a tanta tenerezza e tanta verità.
    Erano da poco passate le diciotto. Una donna con il camice bianco entrò nella stanza odorante di medicine e disinfettante. “Per favore, ora deve uscire.”
    La mano di Sol strinse con tutte le poche forze che le rimanevano quella di Daphne e non le permise di andar via. “Torno fra pochissimo. Te lo prometto.”
    “No. Non adesso. Dille che è lei a dover andare via. Dille di tornare fra dieci minuti.” Alla destra del lettino un monitor iniziò a battere colpi decisi e veloci. Come un orologio che non rispetta lo scandire dei secondi. Come un orologio che non rispetta leggi. Come un orologio che trema e detta il tempo. “Devo dirti una cosa importante.” Sol stringe più forte. “Adesso, non più tardi.”
    L’infermiera annuisce. “Vi lascio ancora cinque minuti. Non di più. La fisiologica sta per terminare.” Il monitor torna a dare gli stessi rintocchi di sempre.
    Il viso di Sol si confonde con il colore delle lenzuola. Era così strano da vedersi. Lei dalla pelle color olivastro. Lei, scambiata per africana, sudamericana e marocchina. Lei, se tornasse solo per un secondo. Lei.
    “Daphne. Apri il secondo cassetto. Prendi il foglio e la biro e scrivi quello che ti dirò ora.”
    Deglutì e fece quello che Sol le aveva appena chiesto. Poi le catturò lo sguardo. Stava sorridendo. I suoi occhi stavano sorridendo. La sua pelle stava sorridendo. Il suo cuore, lo vedeva e lo sentiva, stava sorridendo.
    “Ogni notte mi chiedo: ce la farò ad arrivare a domani? E ogni mattina se riuscirò ad arrivare alla sera. Ora sono sul letto che nemmeno ricordo com’era bello il tramonto.” I suoi occhi si chiudono. “Vorrei sfiorare le sue labbra, almeno per una volta.”
    “Di chi?” chiede Daphne. La mano di Sol, trema. “Della ragazza che sta scrivendo.”
    Daphne fa pressione sul foglio con la biro. Le lacrime le rigano il viso come un improvviso acquazzone. Vorrebbe cambiare il copione della storia, vorrebbe trovarsi con Sol a rincorrere una lucertola come fanno i bambini per ammazzare il tempo in un pomeriggio d’estate. Ma in tutto questo si sente impotente e continua a scrivere parole mai pronunciate da Sol. Era la sua risposta arrivata un istante prima di sfiorare le sue labbra.

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  11. La nebbia si diffonde nell'aria stanotte.
    L'oscurità più totale non può fermare quell'incessante battere di tamburi.
    Oltre il profilo della montagna, lassù verso i ghiacciai, un fuoco immenso brucia e non è mai stanco.
    Aspettavano da giorni i soldati, attendevano in silenzio, nascosti come vermi.
    All'inizio nessuno poteva rendersi conto di che cosa aspettassero. Alcune voci si spargevano tra le fila dei poveri impauriti.
    "Ci stanno mandando al massacro."
    "uno di noi, cento di loro."
    "Sarà meglio morire che essere fatti prigionieri."
    "Quando sentiremo i tamburi, allora sapremo di aver veduto la nostra ultima alba"
    I giorni trascorrevano uno dopo l'altro, tra le foreste di ghiaccio, alternando il freddo buio delle grotte all'impetuosa luce gelida della bufera.

    Poi, nel silenzio di un giorno qualunque, lo sentirono.

    Alcuni stavano dormendo. Altri si avventuravano alla disperata ricerca di qualche ramo da bruciare. Altri ancora scrivevano alle loro mogli lontane.

    Al primo rintocco i loro occhi si chiusero, e i loro cuori si fermarono. E pregarono tutti con le medesime parole: "fa che sia stato solo un sogno".

    Ma un sogno non fu.

    Al primo battito seguì il secondo, e al secondo fece eco il terzo, e ben presto il ritmo tribale di guerra si udì in tutta la valle.

    Il conto alla rovescia era iniziato.

    Esso avanzava estenuante, spaventando ad ogni battito, e ad ogni colpo il nemico dietro la montagna sembrava crescere, e diventare sempre più grande.

    Quel suono aveva l'odore della morte.

    Il suono di guerra durò tre instancabili giorni, e nulla si udiva fuorchè il rumore sempre più caldo di quelle pelli percosse senza pietà.
    Alcuni dicevano che i guerrieri marciassero giorno e notte, e non si fermassero neppure per mangiare. Essi mangiavano camminando, a loro era permesso soltanto rallentare di qualche passo la marcia senza pietà.
    Altri raccontavano che i suonatori picchiassero i loro tamburi fino alla morte, e al sopraggiungere di essa venivano immediatamente sostituiti. Il ritmo non doveva mai cessare.

    Dicevano che per loro fosse un onore morire così, ma, se tra di loro esistesse un onore, questo non lo sapeva nessuno. A riguardo non esistevano storie.

    sul fare del terzo giorno iniziarono i roghi. L'intero profilo della montagna era illuminato, e si stagliava netto contro il cielo nero e freddo del nord.
    Una luce sulfurea, porpora come il sangue, tingeva gli occhi e le menti di chi, nascosto nel buio, pregava in una morte rapida.

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  12. Jack però non riusciva a smettere di sperare.
    Anche laggiù, in quell'inferno chiamato mondo, lui stringeva a se le parole di Lily.
    Quel misero foglio di carta, ormai sbiadito dalle continue dita che scorrevano su di esso a cercar di trattenere le parole, recava ancora con se alcune frasi, ed esse aleggiavano tra le montagne di ghiaccio ai confini del mondo.

    "Jack...amore mio...un sussulto mi ha svegliato questa notte...dapprima le lacrime mi convinsero a sperare che tu...giunto dalla...amore dimmi che sei sulla via di casa...dimmi che non...qualcosa vive dentro di me...un piccolo essere sta palpitando, e ad ogni battito...papà".

    Jack sapeva ogni frase a memoria di quel pezzo di carta, e ad ogni frase il suo cuore trovava la forza di battere più forte, ed anche il freddo diventava niente in confronto alla sua forza. Lui sarebbe tornato. Sarebbe tornato da lei. Doveva tornare. Non poteva lasciare una moglie senza il marito. Non poteva lasciare un figlio senza il padre.

    Tutti dormivano.
    Era ancora notte quando la prima esplosione raggiunse l'accampamento.

    "SVEGLIATEVI!"

    Jack spalancò gli occhi.

    "Lily".

    Il suo cuore percosse il suo corpo. Fiamme. Corpi. Urla. Sangue. Carne. Massi. Proiettili. Blackout.

    "Papà".

    Il suo cuore lo percosse di nuovo. Per terra. Mutilati. Occhi spalancati. Orrore. Fango. Sangue. Blackout.

    "Figlio".

    Il suo cuore lo percosse una terza volta. La realtà sopraggiunse all'improvviso, ed Egli si ritrovò a terra, nel fango, tra urla e strazio, tra mille proiettili fischianti. Guardò il suo braccio e vide solo sangue. Qualcosa lo spinse a terra. Arrivò un'altra esplosione. Ad ogni esplosione il fango schizzava dappertutto, insieme a corpi umani, organi e sangue. Jack si ritrovò con la baionetta conficcata in qualcosa di esanime, davanti a lui un uomo puntava un fucile, ma nemmeno il tempo di riflettere permise a Jack di capire quello che stava succedendo. Il soldato davanti a lui era già a terra, morto, ucciso da un colpo alla testa. Jack strisciò vicino all'entrata della grotta. Una mano lo afferrò.
    "MAMMA!! MAMMA VIENI A SALVARMI!! MAMMA TI PREGO! MAMMA!!" L'uomo davanti a lui era fuori di sè, con l'altra mano stringeva il proprio intestino.
    Poi Ci fu un bagliore. Un ordigno. Un onda di polvere, corpi e fango si innalzarono davanti a Jack. Un'enorme, gigantesca, onda di terrore lo investì di colpo.
    Chiuse gli occhi...
    Poi, tutto nero.

    Distesi su di una coperta, il sole accarezza la loro pelle nuda, nascosti fra i campi di grano.
    "Voglio chiamarlo Tobia, Lily. Si amore... Come mio nonno. Lo chiameremo così vero?"
    "Ahah smettila lasciami subito andare mascalzone. Cosa ti dice che Avremo un bambino?! e se anche fosse, io voglio una bella bambina".
    "C'è sempre tempo per una femmina. Ma al primo colpo voglio un bel maschietto".
    "JACK mah...insomma! non sono mica una macchina sforna-bambini".
    "Quando sorridi così mi fai impazzire lo sai?".
    "Mi vuoi conquistare un'altra volta bell'uomo?".
    "no...però...Dio quanto ti amo".
    "Anche io ti amo Jack".
    "Una vita non può bastare per viverti".
    "Allora dimmi che ci sarai anche nella prossima".
    "Ci sarò".
    "Dimmi che verrai a cercarmi".
    "Ti verrò a cercare".
    "Dimmi che mi amerai anche se sarò brutta, e senza un braccio".
    "Ti amerò anche quando smetterai di sorridere".
    "Mi troverai? Davvero lo farai?".
    "Ti troverò. E sarai mia...di nuovo. Per sempre".
    "Per sempre".
    "Amen".
    Un fruscio di vento giunse a spegnere ogni parola.
    Le labbra di Lily erano così...morbide.

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  14. Un colpo così forte al cuore da arrivare così, improvviso, come un tuono, peggio che una ferita...
    Lily pensava spesso alle litigate con Jack, sempre così furiose, ma che poi venivano placate da un lungo abbraccio, da un sorriso, e da una promessa...
    Tutto per il meglio il loro amore era troppo grande...da potersi dividere così.
    E anche se ora lui era lontano lei pensava che sicuramente presto si sarebbero incontrati di nuovo come neve al sole...

    Le lacrime calde le invadevano il viso, anche se era legata e imbavagliata e non poteva quasi respirare... uomini truci, erano di nuovo arrivati nella notte creando confusione panico e angoscia...tra gli abitanti, altri prigionieri, altre vite spezzate, altre donne imbavagliate e costrette ad essere vendute..

    Perché era così che funzionava,
    colpi di baionetta misti a tamburi che echeggiavano nella notte proprio come quando fecero prigioniero il suo amato Jack, proprio come quando resero lei schiava quella notte...
    quella stessa maledetta notte senza stelle, senza un domani, silenziosa da far paura...

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  17. Era una notte d’autunno. Una notte povera di freschezza, ma limpida come l’acqua di torrente. Peccato, però, che nessun pensiero riusciva a scorrere velocemente e a staccarsi da lei. Nessuno che non riguardasse Sol. Daphne stava seduta alla scrivania, con una tazza di caffè macchiato, alla sua destra, e un libro da studiare di fronte a lei. Non ne voleva sapere, dei libri. Aveva saltato tutti gli esami del semestre precedente e ne avrebbe saltati ancora se non fosse riuscita ad accettare la realtà.
    Avrebbe dovuto studiare.
    Libri.
    Con uno scatto improvviso la mano sulla quale poggiava il mento perde sensibilità e il brusco movimento fa rovesciare il caffè sulla scrivania. Daphne non bada al disastro e si dirige verso lo scaffale della libreria. Cerca. Rovista. Impacciata. Legge frettolosamente i titoli. “Deve essere qui. Qui da qualche parte.” Volta pagine. Cambia scaffale. “Ma perché sono così disordinata? Perché. No, non adesso. Sono sicura. E’ qui.” << Un soffio di vento. >> Riconosce la copertina. Le gambe tremano. Le mani anche. Lo fissa per qualche istante , poi, con delicatezza ne sfoglia le prime pagine. Scendono alcune lacrime sul viso. Lacrime amare. Lacrime vere. Lacrime. Daphne è seduta a terra con lo stomaco singhiozzante e il respiro deciso. << Quando avrai letto queste pagine ricordati che saranno un Merluzzo che comprenderai. >> Sol le lasciò questa dedica nelle ultime pagine del libro, un freddo mattino d’inverno, sotto lo zerbino di casa. Merluzzo era la parola che si scambiavano spesso quando cercavano di spiegarsi frasi filosofiche o pensieri personali. Meglio si potrebbe spiegare con un: al momento giusto, lo capirai. Sfoglia frettolosamente tutte le altre pagine nella speranza di trovare altre sue scritte, altri suoi segni, altro suo affetto.
    Le mancava. Le mancavano i suoi discorsi senza senso, i suoi acuti nell’improvvisazione di melodie, le sue notti insonni. Le mancavano i disagi provati nello stare sole, i loro silenzi e i loro consigli. Le mancava e non poteva cambiare il copione. Era quella l’unica cosa inaccettabile: la realtà. Lo stomaco inizia a rilassarsi e le mani a stringere con meno forza le pagine sfiorate un tempo da Sol. Il libro tocca il pavimento. Un foglietto sbuca tra la rilegatura ed è li che Daphne riacquista i sensi. La lasciava spesso senza parole e anche oggi, tanto lontano da lei, riesce a trovare il modo di sorprenderla. Stupita, immobile, senza nemmeno ancora sapere cosa ci fosse scritto, Daphne afferra il foglietto oramai ingiallito. “Promettimi che non mi lascerai mai andare via dalla tua mente, ma soprattutto dal tuo cuore. Promettimi che ovunque sarò e ovunque sarai un pensiero prima di andare a letto, me lo dedicherai. Promettimi questo amore, puro ed eterno, per sempre. Promettimi questo buco allo stomaco ad ogni saluto. Promettimi che un giorno lo verrai a riempire. Promettimi la pioggia solo nei giorni in cui io avrò la forza di aspettare. Promettimi il sole dopo la tempesta. Promettimi di avere la forza di promettere quando il cancro avrà bevuto l’ultima goccia del mio sangue.” Daphne si addormenta con il libro stretto tra le braccia, amando l’unica cosa che resta di Sol.

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  18. Sogni decaduti, attraverso l'Infinito. E' forse il caso di iniziare davvero il mio racconto?
    In un autunno di pioggia, il vento si ostinava sui boscosi alberi di quella foresta. Si, proprio quella, dove si trovava un piccolo approdo per navi, ben nascosto. La marina militare aveva proibito l'attracco delle navi alla baia a Nord dell'Isola, ma non tutti gli umani possono essere imbrogliati.
    La chiamavano la Foresta del Sud. Strano come le stagioni siano una metafora perfetta degli umori. Il tornado è la primavera, il vulcano è l'inverno. Potrebbe forse essere il contrario? Eppure, tutto ebbe inizio in Autunno. Nell'Isola dell'Autunno, per meglio dire. Nessuno rammenta il suo nome, nessuno ha nemmeno il coraggio di pronunciarlo, per chi lo ricorda. Approdai su una nave mercantile in quella che tutti conoscevano come l'Isola del Caos.
    Il Caos regnava sovrano dove non c'erano sovrani, nell'Isola dell'Autunno e della pioggia, non c'era nulla di ben accetto. La marina militare non ha mai, ora come allora, neanche tentato di mettere piede in quelle terre, ecco perchè ne proibì non solo il controllo, ma anche l'accesso. Non c'è nulla di meglio del Caos, dove l'ordine non funziona, ed è attraverso le sue leggi che la natura ha sempre agito. Nulla è un caso, di fatti, diventai un Agente del Caos. Ma solo dopo molto tempo compresi che la bellezza del Caos è la sua equità... ma ne parlerò in seguito.
    L'isola dell'Autunno non conosceva nulla al di fuori della pioggia. Probabilmente è così ancora adesso, ma ne parlo al passato, come se fosse qualcosa di estremamente distante... e, in un certo senso, lo è davvero. Scesi da quella nave con il volto più freddo di sempre. L'apatia si impossessò di me alla nascita, eppure celavo le più umane paure, e le più umane incertezze dietro un volto candido, degli occhi verdi, ed una lunga e liscia chioma di fuoco. Rammento ancora il mio abito: lungo e grigio, con delle farfalle bianche sui bordi. Me lo portai dietro per molti mesi. Non sempre avevo la fortuna di potermi cambiare, specialmente in guerra. C'ero affezionata, persino sui fogli di taglia avevo quell'abito, oltre ad una grossa cifra colma di zeri sulla testa...
    Spaesata, gli anfibi rinforzati in ferro si sporcarono di fanghiglia al primo passo. Senza armi mi avviai per il sentiero che dai pressi della Foresta, ove si trovava l'approdo mercantile di confine, giungeva al centro dell'Isola. O meglio, al centro della città del Caos. La chiamavano "Città della fine", sia perchè il caos generava caos, sia perchè è lì che fu decapitato lui, Roger, l'uomo leggenda. L'uomo "Peter Pan" che rubava ai poveri per dare ai ricchi, che riusciva a compiere ogni malvagia azione trasformandola in cosa buona e giusta.
    Ma proprio io dovrei smetterla di macchiarmi la bocca di rimorsi e rimpianti, non sono di certo meglio di lui, o di mia madre.

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  19. Prima dell'Inizio? Beh, prima dell'Inizio io ero semplicemente Camilla, una diciassettenne cresciuta troppo presto, innamorata dell'arte delle due spade. Non conosco la mia provenienza, per me rimarrà sempre l'Isola dell'Autunno... ma pare che il mio maestro ed istruttore fosse nativo di qualche Isola sperduta nel mare orientale, dove la marina non è mai riuscita a mettere piede. Non era mio destino avere a che fare con le divise bianche.
    Mia madre era Laura "La Sanguinaria", ricercata per almeno 150.000 di pezzi d'oro, prima di essere eliminata da un guardiamarina di poco conto. Al patibolo, pubblicamente, tra la folla che acclamava alienata. L'arte del parlare non è mai stato cibo per i civili. Per questo motivo cominciai a studiare ogni singolo libro di cultura popolare presente sull'isola dell'Autunno, per allenare la mente oltre che il giovane fisico.
    Mio padre invece era un viaggiatore, disperso probabilmente ancora oggi in chissà quale Isola. Un archeologo appassionato, nulla a che vedere con mia madre, nulla a che vedere con me. In pratica, mio padre non è mai esistito. Non ne ricordo neanche il nome.

    Nell'Isola giravano solo raminghi, sconosciuti e vagabondi provenienti da Isole del Nord; briganti, addirittura pirati e ladri, malfattori, donne di facili costumi e qualche civile di poco conto, che mai avrebbe aizzato guerra nei confronti del Caos. Senza una guida, quell'Isola era in balia del nulla, dello sconforto.
    Le Locande e le Osterie si trovavano tra vecchie botteghe lungo le vie principali delle cittadine, e fu lì che misi piede per la prima volta in un luogo chiuso: si chiamava semplicemente "Locanda", ed era chissà come la più frequentata.
    Dall'esterno vidi un'insegna scarna, con la prima lettera mancante. Di fronte ai miei occhi un mendicante si ubriacava con del buon Rhum, e non troppo distante dei ragazzini cercavano qualche cosa di commestibile tra i bidoni dell'immondizia. Gatti randagi quasi abbaiavano invece che miagolare. Persino i gatti non erano più gatti. L'odore di vecchio, di sporco, l'odore di malattia si diffondeva nelle mie narici. Entrata in Locanda mi accorsi che era anche odore di vomito. Odore di un regno dal crepuscolo senza fine, come una stella nella gola della vacuità che origina solo ed esclusivamente meravigliosa notte, per dare poi vita ad un giorno di sola pioggia. Il cielo senza stelle continuava a scurirsi man mano che la notte calava; l'odore aggiunto di montone stufato e patate contribuiva a farmi aumentare il mal di stomaco.
    La porta di legno si aprì ad una semplice spinta, e tutti gli occhi puntarono su di me non appena i miei fangosi anfibi stanziarono all'ingresso. Ricordo perfettamente la forma rettangolare del salone. Davanti ai miei occhi vi erano le scale di legno che portavano ai piani superiori, dove i viaggiatori pernottavano per non più di un paio di giorni. Di fianco, una piccola porticina che recava ai sotterranei.
    Alla sinistra i tavolini quadrati, anch'essi in legno, che ospitavano volti invece non molto ospitali. Tra boccali antichi e corni pieni di birra, odore di vomito e ghigni maligni, capii che mi scambiarono per una poco di buono. Non si vedevano donne molto spesso, e quelle che camminavano tranquillamente per le Locande, specialmente di tarda sera, non erano che inutili sgualdrine.

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  20. Il bancone era a destra. Aveva la classica forma di una virgola un po' troppo spessa, ovviamente anche quello in legno. L'Oste non faceva altro che pulire bicchieri, pulire e pulire ancora bicchieri, anche se estremamente puliti. Brillavano tant'erano puliti, così come i piatti, che prendeva e ripoggiava dagli scaffali mille e più volte. Ero sicura che li avrebbe rotti, continuando così. E no, non di certo perchè era un maniaco della pulizia. La paura lo portava ad impegnarsi in qualcosa, come appunto pulire e lavare, lavare e pulire bicchieri, di continuo. Quello lo estraniava da ciò che succedeva in Locanda, ma soprattutto gli permetteva di impicciarsi senza impicciarsi. Un'ottima dote per un Locandiere, specialmente per il buon vecchio Bob. Persino il suo nome ricordava un Oste, per non parlare del suo volto paffuto e del suo continuo balbettare e sudare. Ciò che diceva più spesso era "n-non s-so ni-ni-niente".
    Qualche tempo dopo mi accorsi che non era semplicemente balbuzie.
    "Sono qui per cercare lavoro". Fu la prima cosa che mi sentii di dire. Le risate coprivano il mio sentimento di vergogna che il volto non riusciva a mostrare. Impassibile, la chiamavano la malattia della bambola: nessuna emozione veniva emessa, trasmessa, palesata. Nulla.
    "N-non s-so ni-niente", fu la risposta. Presi un Bloody Mary per ricordare i peccati di mia madre, straziandomi l'animo ogni sera, cercando di non badare alle battute che si diffondevano nell'aria come un contagio, come la peste.
    Rimasi lì parecchi giorni, pagandomi la stanza con i pochi pezzi d'oro raccattati dal mio maestro prima della partenza e, ovviamente, con le scommesse che riuscivo talvolta a vincere sulle risse giornaliere e serali della Locanda. Le giornate passavano, eppure in un luogo così poco raccomandabile non mi accadde nulla. Oltre a qualche proposta indecente ed ubriaconi di passaggio che insultavano senza motivo, ovviamente. Nulla, nulla di nulla. Un luogo quasi di pace, rispetto ai racconti, fino a che tutto non mi fu improvvisamente più chiaro. Mai nulla accade per caso, neanche la mia fortuna. Forse per un po' credetti d'essere protetta, poi compresi d'essere semplicemente osservata.
    Una sera come tante, disarmata come il primo giorno, demolita da un viaggio che avevo intenzione di iniziare, da un'avventura che avevo intenzione di far esplodere, incontrai loro.

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  22. "Cercate lavoro, quindi...?". Del "voi". Strano, sentire qualcuno darmi del "voi". Mi guardai stupidamente attorno, convinta che si rivolgesse a più persone. Mi voltai di scatto, riacquistando lo forze momentaneamente assopite.
    "Sì. Ma... voi..." faticai quasi a dirlo, e pensare che col tempo divenne un abitudine, "...chi siete?".
    Era un giovane elegante, indossava una camicia bianca e dei pantaloni neri. Capelli lunghi, corvini, sguardo interessante. Decisamente affascinante. Il suo sorriso mellifluo era sempre. estremamente, convincente, tanto da non riuscire a smettere di fissarlo.
    Probabilmente fu stupore, il mio. Ma l'apatia non mi permise di mostrarlo. Alla destra della sua cinta riposava una spada orientale dal filo perfettamente tagliente. Nell'altro lato, una sacca di monete apparentemente piena.
    "Il mio nome è Volpe. Non mi piace parlare in luoghi dove ogni muro ha mille orecchie, quindi vi prego di seguirmi. Devo presentarvi una persona e avrei per voi qualcosa di..." si guardò attorno, avvicinandosi al mio orecchio sinistro. Sembrava volermi annusare i capelli. Forse lo fece. "...meglio, d'una cenciosa locandiera. Volete seguirmi?". Una domanda, ma allo stesso tempo non lo era. Un ordine vero e proprio. Le mie labbra si aprirono, cercando di dire qualcosa, ma non dissi nulla. Rimasi allibita dalla disinvoltura del suo linguaggio.
    Mi incamminai al suo fianco verso la porticina che portava nei sotterranei della Locanda. Non ero affatto impaurita, ma terribilmente curiosa.
    Prima di proseguire, però, vidi il goffo Bob seguirci con lo sguardo, aumentando la velocità con cui puliva solitamente i bicchieri.

    L'ingresso di quei sotterranei fu l'inizio delle memorie nere del tempo. L'inizio delle esplosioni, delle tempeste. Rotolai da lì come una roccia nella brughiera fino alle profondità dell'animo più cupo, immaginando l'increspatura dell'angoscia delle notti. Nessuna luce si insinua dove il dolore ha sconfitto la gioia con lo splendore del freddo glaciale, e della gloria.
    Nessuna luce nel Covo segreto dei Cacciatori di Taglie.

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  23. L'angoscia è il prezzo che pagai man mano che camminavo nel corridoio di quei sotterranei. Mi consumava come si consumano catene di metallo, manipolava la mia volontà di essere. Ricordo la presenza di svariate fiaccole appese ai muri di pietra, mentre avanzavo. Il passo di Volpe tuonava in un rumore sordo, di una tranquillità imbarazzante. Io ero al suo fianco e continuavo ad avanzare con l'espressione apatica di chi non avrebbe visto il giorno dopo. Forse la paura iniziò a nutrirsi di me per qualche istante, avvolta in quell'inferno vivente, in compagnia di un giovane dal fascino oscuro di una divinità con gli artigli. La sua spada ancheggiava al suo passo e con gli occhi la controllai tutto il percorso. Da un momento all'altro avrebbe potuto uccidermi, e nessuno avrebbe mai trovato il mio corpo.
    I pensieri mi affollarono la mente per secondi che parevano ore, poi finalmente giunsi davanti ad un tavolino di legno, come quelli presenti al piano di sopra in Locanda. Sopra, un grosso boccale di legno, qualche scartoffia probabilmente più importante di ciò che appariva ai miei occhi, qualche penna d'oca per scrivere ed un blocco ben visibile di volantini, con sopra i volti dei più temibili ricercati di ogni Isola.
    Veloce con i miei occhi macabri di puro smeraldo mi affrettai a controllare ed immortalare ogni oggetto presente nella mia mente, purchè rimanesse vivido. Qualche forziere aperto stanziava contro le mura; alcune armi dalla minuta fattura, invece, si ergevano contro le pareti. Mi sembravano le più maestose armi mai viste, ma col tempo mi accorsi che quelle appese erano, invece, quelle di più scarso valore.
    C'erano tre sedie al fianco del tavolo, ed una di queste ospitava la schiena di un uomo. Aveva i capelli neri e sulle spalle, come Volpe, però, nonostante il buio del sotterraneo, potei ben vedere le sfumature bluastre della sua chioma. Avrei afferrato quella sedia volentieri, voltandolo di colpo per vederne il viso, ma non me lo permisero. Volpe mi fece segno con la mano, facendomi capire di non dire e non fare niente.
    Così egli parlò per la prima volta, immortalando la sua voce nella mia mente per sempre.
    "Come ti chiami, giovane donna?"
    Risposi senza indugio.
    "Il mio nome è Camilla".
    Feci una pausa, pensando che quel tizio non mi diede del "voi", come invece fece Volpe. Probabilmente perchè la sua posizione non necessitava di tali galanterie?
    "Il tuo nome è Millaca, dici?".
    Qui invece indugiai. Millaca è l'anagramma di Camilla, ma come avrei potuto badarci, in quella situazione? L'odore di umidità si insinuava nelle mie narici di continuo, quasi fosse una droga. La lucidità non mi abbandonò per tutta la conversazione, almeno.
    "Veramente il m-..."
    "Quindi, Millaca. Ti saresti realmente accontentata di un lavoro come la cameriera, o l'Oste?"
    Non mi fece parlare, bloccandomi. Eppure la mia curiosità più grande era quella di guardarlo in volto. Invece mi fu concessa solo la schiena, e per molto tempo. In ogni caso, per evitare di essere nuovamente interrotta, non risposi.
    Continuò egli il discorso.
    "Sembri una persona particolare, dall'aspetto misterioso", probabilmente la mia apatia mi dipinse nel migliore dei modi.
    "...potrei donarti pezzi d'oro a sufficienza per comprarti un'arma adeguata e un corvo viaggiatore a tua scelta. Le aspettative future saranno ancora migliori... e sai perchè? Perchè noi non ci accontentiamo. Le ambizioni ci portano a costruire qualcosa di enorme, di maestoso, di irraggiungibile per ogni comune mortale ma... non per me. Non per noi".

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  24. Il discorso fu alquanto complicato per le mie aspettative. Credevo di essere una ragazza normale, dall'aspetto un po' solitario, non c'è dubbio... ma comunque una ragazza normale, partita per un lungo viaggio alla ricerca di qualcosa. Forse ero alla ricerca del mio sogno, delle mi ambizioni. Ero convinta di essere alla ricerca di una vendetta, ma è troppo presto per parlarne.
    Eppure mi ritrovai catapultata nelle ambizioni di qualcun altro, di un uomo che per molto tempo non osò mostrarmi il suo viso. Sentivo il suo odore di pulito, guardavo costantemente la sua ampia schiena coperta da quello che pareva essere un kimono orientale, di colore azzurrino. Nessuna arma mai sfiorò le sue mani, almeno alla mia vista.
    Quel discorso di enormi ambizioni mi lasciò affascinata quanto incuriosita. Non sapevo niente, avevo capito ancor meno dei loro discorsi, eppure entrai a far parte di un gruppo di persone di cui non conoscevo nulla, neanche il vero nome.
    "Vorrei sapere qualcosa di più..." osai solo chiedere. Non fu esattamente la prima domanda che mi passò per la testa, ma l'unica che mi uscì dalle labbra.
    "Il tuo nome è Millaca, e sei la Locandiera di questa catapecchia", il suono della sua voce era di una dolcezza languida, non sapevo se spaventarmi o rimanere impassibile. Optai per la seconda.
    "Sei una piccola pedina che non sa niente davanti agli occhi dei clienti, ma che ascolta e in seguito riferisce. Puoi riferire tranquillamente a Volpe, per ora... ricorda di non usare mai il tuo vero nome".
    Un cenno della sua mano mi fece capire che la discussione si era appena conclusa. Volpe mi sfiorò le spalle, indicandomi il cammino del ritorno. Ripercorsi nuovamente il corridoio fino a ritornare nella Locanda al fianco di lui, senza proferire parola. D'improvviso mi accorsi che la Locanda era illuminata, al contrario dei sotterranei. L'ambiente tetro ospita le persone tetre, e la fittizia tranquillità della Locanda, un poco, riuscì a tranquillizzarmi.
    "Al piano di sopra ci sono le camere da letto" disse improvvisamente Volpe, spezzando il silenzio.
    "Al momento opportuno conoscerete gli altri, per ora riposatevi. Tenete a freno le vostre mille domande, giovane donna. Il lavoro chiama, cara Millaca!". Ancora quel "voi". Mi diede poi le spalle anche lui, salutandomi con un cenno del capo, mentre saliva al piano di sopra.
    Rimasi immobile come un'idiota, con le braccia appoggiate al bancone. Il chiasso della Locanda divenne silenzio per le mie orecchie, se non fosse stato per il rumore dei bicchieri asciugati di continuo da Bob.
    "N-Non so n-niente, signorina Millaca!".
    Forse non sapeva niente davvero, ed era semplicemente terrorizzato. Forse sapeva tutto, ed anch'egli faceva parte del gruppo senza nome in cui ero entrata senza neanche aver il tempo di respirare. Senza neanche poter dare una risposta, allettata dalle proposte che mi vennero fatte. Dalle ambizioni. Dall'arrivismo.
    Ma questo non lo venni mai a sapere.

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  25. Il mattino seguente iniziai il lavoro. Per tutti ero Millaca la Locandiera, gentile con tutti ed allo stesso tempo con nessuno. Per qualche tempo persi lo spirito di avventura e di vendetta che mi portò a viaggiare per ogni mare, svolgevo il mio lavoro senza farmi troppe domande. Fare drink, qualche caffè, lavare qualche bicchiere. Non era faticoso fisicamente, ma mi teneva sufficientemente impegnata tanto da alienarmi, dimenticandomi persino di chi fossi diventata per mano di altri. Un oggetto che non era libero neanche di avere una propria identità. Molti volti passarono davanti al mio bancone, molti dei quali morirono poco tempo dopo, molti altri divennero persone fondamentali nella mia vita. Altri ancora non li ricordo più.
    Ogni giorno esplodeva una nuova rissa, un battibecco, una lotta improvvisa tra i tavoli ed il bancone.
    Bob non faceva che pulire bicchieri con fare irritante. A me invece spettava il compito di dare fine alle risse, scacciandoli dalla Locanda.
    Il pomeriggio era fortunatamente libero anche per me, scambiandomi i turni con il pacioso Bob. Raramente lavoravamo insieme e, soprattutto, raramente accadeva qualcosa che non fosse la solita azzuffata. Il mio diventò un lavoro come un altro, con vitto e alloggio gratuito.
    Ma la pace non dura mai per sempre, e iniziai a comprendere il significato del mio "lavoro" quando la finzione divenne il mio primo volto. Quando riuscii a capire che mostrare la schiena non era una dimostrazione di coraggio o di codardia. Quando sorridere melliflua era all'ordine del giorno, quando non c'era differenza tra me ed una grande attrice. Le maschere si fusero tra loro, creandone altre mille, moltiplicandosi e generandosi di continuo, tanto da distruggerne il volto reale.
    "Mh? Huba Huba!".
    Mi voltai al suono di quella voce infante all'interno di una Locanda del genere. Sollevai un sopracciglio. Era un esserino non più alto di un metro. Un bambino, forse? Indossava un vestito da marsupiale a chiazze. Aveva persino una coda lunghissima, che sembrava muovere con un'autonomia alquanto sospetta.
    Quando si voltò ne ebbi la certezza: era un bambino, non più di dieci anni. Biondino sotto la veste animale, tenero come la carne che stava mangiando, seduto in un tavolino come un cliente qualsiasi. Ma fu qualcosa in particolare a farmi dilatare la bocca, colma di stupore. Le foto sparse per la Locanda, e per l'intera Isola del Caos. Quel bambino aveva circa 15.000 pezzi d'oro sulla sua testa.
    Un ricercato.

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  26. E così Linda si ritrovò di nuovo a testa in giù sul suo letto, mentre fuori pioveva a dirotto dopo l’ultimo colpo di tamburi, dopo l’ultimo tuono e lampo.
    Era riuscita a scappare di nuovo da quell’incubo che da un anno a questa parte si stava diffondendo nella sua cittadina...come un virus letale, che velocemente inghiottisce le persone, senza dare a loro il tempo di mettersi in salvo...
    “Non è giusto”! si ripeteva nella testa...
    Lei così pacata e gentile, da vivere per aiutare gli altri, si era ritrovata nell’incubo di molte persone lontane, ma così vicine al suo cuore,...persone che non possedeva nulla, ne abiti, ne cibo, ne una casa...che vivevano in mezzo al nulla, in mezzo a guerre...
    Suo cognato era partito per una sanguinosa guerra, anche se lei più volte si era messa in mezzo cercandolo di farlo ragionare, di non aderire ad un’idea di regime, di schiavismo e sangue...
    “Non puoi partire Martin!!! Non lo capisci ti uccideranno loro o morirai tu!! “ Stai zitta Linda, tu non capisci il perché lo faccio! tutto questo lo faccio anche per voi, soprattutto per tutti voi”!
    Ma nulla era valso per cercare di non farlo partire.... e con lui, Linda vide partire tanti amici, conoscenti, in cerca di lavoro, in cerca di un futuro macchiato di sangue....
    Stupide guerre pensava,
    inutili guerre,
    che portano solo alla morte,
    solo a vittime innocenti...
    Ben presto però, tutti gli uomini che erano partiti di loro iniziativa non bastavano più alle truppe del regime.... cercavano altri, altri uomini innocenti e altri ancora...per questo motivo iniziò il peggiore di tutti gli incubi, quando una mattina..
    BOOMMM...
    Un colpo, un altro grande boato fece balzare giù dal letto anche Linda, che pensò,, “ ecco stanno arrivando di nuovo, anche questa volta, con i loro tamburi che echeggiano nell’aria, faranno loro altre vite, spezzandole come un foglio di carta...”
    Corse veloce giù dalle scale della sua casetta vicino alla cascata e prese qualche libro dei fogli e la sua adorata gattina, per aprire una porta segreta costruita in un punto nascosto della casa per sparire al di sotto del pavimento...
    “Lily”, pensava Linda, “chissà dove sarai sorella mia”...

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  27. "Jack...non era soltanto un uomo per bene...lui ha dato se stesso per la patria, per salvare noi tutti, e noi lo vogliamo ricordare per il coraggio che aveva in vita. Gesù Cristo noi ti imploriamo affinchè quest'anima possa trovare pace nel regno dei Cieli. Noi tutti siamo più che certi che in questo momento Jack sia in Paradiso, nella Gloria di Dio."

    La bara di legno brillava nel sole di giugno, una bara spoglia e semplice, una bara povera per gente semplice..
    L'intero paese era presente alla cerimonia di sepoltura..
    In mezzo a quel nero e quelle lacrime, soltanto una donna piangeva lacrime di sangue.

    Era un giorno come un'altro per Lily. La mattinata passata in campagna a raccogliere i frutti maturi, il pomeriggio a lavare i panni nel fiume.
    Le lenzuola bianche si stagliavano sul verde prato di quel cortile, in quel giorno qualunque di Giugno. Un sole caldo e benevolo non riuscì a fermare nemmeno una lacrima.
    Lily stese l'ultimo lenzuolo quando una sagoma si stagliò proprio su quel bianco vergine.
    Un'ombra rigida, austera, impassibile. Un ufficiale.
    Una lettera in mano.
    Uno sguardo insensibile.
    Lily capì ancora prima di posare lo sguardo su quella carta timbrata. Una lacrima cadde repentina al suolo, ribelle come i suoi pensieri. Aspettava quel momento ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo, così come aspettava la voce di Jack. Disperazione e speranza sono l'anima di chi risiede nel limbo dei ricordi.
    Lily sentì mancare la terra sotto i piedi.
    Un'altra lacrima cadde veloce e fredda al suolo, gli occhi erano spalancati, tremanti,
    limpidi. Quegli occhi erano tutto ciò che jack amava di più al mondo, erano la semplice ragione di una vita, erano un sogno che si accendeva ogni giorno al sopraggiungere dell'alba, ed erano una promessa che si preservava al calare della sera.

    "...e in un lampo ti rividi amore mio...estate, campi in fiore, margherite che ondeggiano sotto la brezza tiepida del mattino, la tua camicia sbottonata, nascosta da un sorriso ingenuo, i tuoi capelli così morbidi, i tuoi occhi così profondi...un abbraccio e ti stringo a me...ti prego amore tendimi la tua mano..."

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  28. Lily senti una mano sfiorare il suo polso così esile, così sottile, poi tutto divenne flebile, ogni rumore sparì improvvisamente. Rimase solo un battito, lento ma insesorabile. Un bambino, nel suo ventre, ancora viveva sereno e nulla immaginava del proprio futuro. Lily non emise neppure un suono, rimase fedele alla sua promessa di essere forte. Lei sarebbe andata avanti, lei avrebbe cresciuto un figlio...lei.....

    "Lily, tu sai che potrei non tornare, lo sai questo vero?"
    "Amore smettila! Tu tornerai hai capito?! smettila con questa storia del vittimismo! Tu non ti devi nemmeno permettere di non tornare! hai capito?! Hai capito!?"
    "fermati Lily, fermati!" Jack fermò deciso le mani di Lily che cominciavano a tirare pugni incerti contro quei muscoli così sicuri di un uomo.
    "Dimmi che tornerai"
    "Tornerò"
    "E se non lo farai?"
    "Tu sopravviverai. E crescerai nostro figlio. Promettilo"
    "No.."
    "Promettilo Lily!"
    "Lo prometto.."
    "Ora guardami..guardami. Lasciami guardare ancora a lungo questi occhi, Non voglio
    dimenticarmeli. Voglio sognarli ogni notte, ogni giorno, voglio rivederli ad ogni sparo, ad ogni sbarco, ad ogni esplosione. Guardami ancora."
    "Baciami Jack"

    "Signora si sente bene? Signora?! Presto chiamate un dottore, questa donna sta male! Signora respiri, si calmi!"

    Gli occhi di Lily erano ancora spalancati come pochi attimi prima, o forse lo erano da giorni, e perchè no, forse secoli.
    Ed ecco che all'improvviso, senza alcun avvertimento, fra i campi di grano, nudi di fronte al sole potente, un uomo con la camicia sbottonata cominciò a correre all'impazzata, alla ricerca della sua amata, e Lily poteva vederlo, mentre egli correva con tutta la sua forza, una spiga di grano fra le labbra, quasì come se potesse volare in quel momento. Nulla poteva fermarlo, nulla poteva spegnere quell'amore, quel fuoco che bruciava con l'intensità di una vita. Quella camicia sbottonata, del colore della carta scolorita, ora sfiorava gli steli del grano, per un'ultima volta. E Lily lo vide, e un sorrisò improvvisamente fece inarcare le morbide labbra, quelle labbra che Jack aveva così tanto agognato prima di diventare l'uomo della sua vita. A Lily non rimase nien'altro da fare se non chiudere i suoi poveri occhi, e raggiungere Jack in quei campi, tra quelle lenzuola e quelle carezze mai date, per abbracciare insieme a lui il loro bambino, e chiamarlo per nome, e baciarlo, e amarlo nel nome di quell'amore che non poteva morire, in nome di quell'amore che aveva solo due iniziali, aveva soltanto due promesse, ma soltanto una poteva esser mantenuta.

    In mezzo a quel nero e quelle lacrime, soltanto una donna piangeva.
    Lily osservò la bara scendere nell'oscurità di quella fossa. Osservò il suo amore andarsene per sempre.
    Il suo ventrè si animo, un piccolo essere scalciò contro il tiepido utero materno.

    In quel preciso momento...un padre stava morendo.
    In quel preciso momento...una madre stava piangendo.
    In quel preciso momento...un figlio stava nascendo.

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  29. Linda così forte ...
    Linda senza paura...
    Linda la dura, la più energica...

    eppure anche lei stava crollando, sola rannicchiata in quella posizione snaturale, con le ginocchia all'altezza del mento....
    si sentivano solo passi frettolosi rimbombare, sopra la sua testa, in quella cantina, umida, fredda, e buia...
    "vedrai che se ne andranno via anche questa volta" pensò..
    un buncher antiatomico, un'idea insensata, ma mai così azzeccata per quel momento, per quel periodo... per quei mesi durissimi che ormai sembravano anni, secoli...

    Aveva paura,
    paura di non farcela di non abbracciare più nessuno della sua famiglia..
    di Lily aveva perso le tracce da tempo ormai, da quando era riuscita a fuggire dal paese, dopo che in una notte buia e tempestosa, rapirono a suoni di tamburi la sua amata sorella.... uomini bruti, senza ritegno, che volevano renderla schiava in terre lontane, come avevano fatto con altre donne...
    Quella notte Linda dopo aver seguito di nascosto quella carovana di gente malefica, riuscì a liberare la sorella e a condurla in un paese vicino ma sicuro.. " in terre lontane " ripetè Marcus, il suo amico fidato da sempre, alleato contro l'esercito, contro le guerre... che rischiava la vita ogni giorno...
    "Lily, amata sorella qui sarai al sicuro" furono le ultime parole che si scambiarono, dopo un lungo abbraccio....

    Linda decise di ritornare al villaggio per rimanere...per lottare..assieme a Marcus..

    Colpi pesanti, colpi di fucile e tamburi... si stavano allontanando...

    "forse anche questa volta ci siamo salvati Lulù" parlò a sotto voce alla sua adorata gattina, forse l'unica compagnia davvero rimasta...

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